firmatoB — Intervista

Umberto Pelizzari

Pulsazioni del cuore che rallentano, corpo che sembra dissolversi e sensazioni che raccontano lo stato dell’anima. Per Umberto Pelizzari ogni minuto in apnea è la forma più pura di libertà. L’abisso? Per lui è quasi necessario: un luogo in cui immergersi e lasciarsi andare per cercare risposte. Fin laggiù? Sì, fin laggiù. Anche con un timpano rotto, anche quando si tratta di inseguire un nuovo record mondiale.

Eppure, da piccolo aveva paura dell’acqua. «Ho iniziato con mia madre, che mi portava in piscina, fino ad arrivare, a dodici anni, a fare nuoto agonistico.» L’ossessione cresce lentamente. «A otto anni il mio record in apnea era di due minuti e mezzo. Un giorno ho deciso di provare ad arrivare a tre minuti.» Lo dice ai compagni di classe, tra i banchi: «Datemi un occhio, oggi devo fare il record.» Inizia a respirare senza tecnica, senza conoscenze, guidato solo dall’istinto. Poi arriva il vuoto e parte il cronometro. «Ricordo che dopo due minuti sono arrivate delle contrazioni diaframmatiche fortissime. La maestra pensava fosse un attacco epilettico.» Lui prova a spiegare, ma il corpo non lo segue. «A 3:02 mi fermo e dico: record, tre minuti!» Un risultato che gli costa due giorni di sospensione. Ma al ritorno succede qualcosa di decisivo: la maestra gli promette l’indirizzo di Enzo Maiorca. È la svolta.

Ogni record, racconta Umberto, è una storia a sé. Non esiste primato senza mesi di lavoro, senza allenamenti estenuanti, senza giornate che arrivano anche a sei o sette ore di carico. «I 150 metri erano il mio obiettivo. Volevo mettere il mio nome accanto a quei numeri: 50, 100, 150». Ma anche nelle stagioni perfette c’è spazio per l’errore e per i problemi fisici, come quello all’orecchio. Un lato compensa, l’altro no. «Avevamo appena fatto il record in assetto costante e il giorno dopo dovevamo tentare quello in assetto variabile.» Il desiderio di non fermarsi lo spinge però a ignorare «quel fischio» fastidioso. «Sentivo che l’orecchio aveva qualcosa… vado sotto, compenso e sento le bollicine uscire. Vuol dire che avevo rotto il timpano». Lo racconta con una lucidità disarmante, come fosse un dettaglio tecnico qualsiasi. Eppure, secondo la letteratura medica subacquea, dopo una rottura del timpano sott’acqua non si dovrebbe più scendere. Lui, invece, continua. «Ero talmente carico che mi sono detto: ho otto litri d’aria, non li finisco per due bollicine». E così scende. «Quella volta sono stato l’uomo più felice del mondo».

Paura? Umberto dice di non averne e lo afferma senza esitazione: «Se hai paura non scendi». Non è incoscienza, è preparazione. È la capacità di immaginare ogni possibile scenario prima di entrare in acqua. «Non serve essere coraggiosi. Serve sapere cosa può succedere e come reagire». Quando ci sono la gara, la diretta e il tempo fissato, tutto si complica. Ma lui si ripete sempre la stessa cosa: «Questa l’ho già fatta dieci volte. Perché non dovrei farla oggi?». C’è anche un rituale, una sorta di codice personale per mantenere il controllo. «In gara non davo mai il countdown quando la lancetta era a zero, ma quando era a quindici. Non so perché». Piccole regole senza una spiegazione razionale, ma fondamentali per tenere insieme la concentrazione. E poi c’è un dettaglio che dice tutto: «Nel costume mia madre mi cuciva una medaglietta della Madonna. Diceva che mi avrebbe protetto laggiù».

«Se dovessi dare una definizione di apnea?» Si ferma un attimo, poi risponde in modo semplice: «È il modo più diretto e più bello per capire quanto possiamo essere liberi». Per lui l’apnea non è il record, non è la profondità, non è la gara. È qualcosa di diverso, una forma di ascolto. «Quando scendi senti il cuore rallentare, la caduta libera, l’azzurro intorno, la luce che ti guida. È lì che capisci il tuo corpo. È lì che comunichi con te stesso». E forse è proprio questo il punto: imparare a restare in quel punto preciso in cui smetti di resistere e inizi, semplicemente, a esistere.