firmatoB — Intervista
Nell’immaginario comune viene visto come uno sport duro, aggressivo, quasi “da uomini”.
Ma il judo è prima di tutto rispetto, controllo, disciplina. Anche se, come dice senza filtri Silvia Pellitteri, judoka delle Fiamme Azzurre, “noi ci stiamo letteralmente picchiando”. Ed è proprio lì, sul tatami, che viene fuori tutto: nervosismo, stress, fragilità, rabbia. Non puoi nasconderti perché il modo in cui ti muovi, combatti, reagisci racconta esattamente chi sei in quel momento. Silvia mi ha colpito per questo contrasto incredibile: una forza devastante e una leggerezza disarmante. Ha riso per il 70% dell’intervista, trasmettendomi energia, femminilità e autenticità.
C’è qualcosa di molto particolare nel modo in cui racconta il judo. Non lo romanticizza mai, non cerca di renderlo più elegante o più “accettabile” per chi lo guarda da fuori. Lo racconta esattamente per quello che è: “uno sport fondato sul rispetto, certo, ma anche un combattimento” vero, fisico, duro. Lo dice ridendo, con quella leggerezza che attraversa tutta la conversazione e che, paradossalmente, rende ancora più evidente la forza mentale che serve in questo sport. Perché il punto non è soltanto allenarsi, ma saper gestire tutto quello che il judo tira fuori. “Il tatami è lo specchio di quello che siamo fuori”, le ripete da sempre il suo allenatore. Una giornata storta, una delusione, lo stress, perfino una crisi sentimentale finiscono inevitabilmente nel corpo, nei movimenti, nella tensione delle spalle, nelle espressioni facciali. “Se una persona è nervosa si vede”, racconta. “Fa movimenti più di stizza, più impulsivi”. È uno sport che “smaschera” e forse è proprio questo che lo rende così affascinante.
Quando Silvia parla delle gare sembra quasi descrivere un cambio di stato mentale. “Fino alla mattina della gara sei una linea retta, poi entri nel palazzetto e diventi un gomitolo di pensieri”. La sua voce cambia ritmo mentre lo racconta, come se stesse tornando lì, in quei 10 secondi che precedono il combattimento. Nel judo si passa ore ad aspettare pochi minuti decisivi. Le competizioni iniziano al mattino e possono trascinarsi fino alla sera, tra tempi morti, adrenalina altissima e continui sbalzi emotivi. “Vinci un incontro e poi aspetti un’ora, magari due, prima di rientrare sul tatami”. Nel frattempo, il corpo deve restare vigile insieme alla mente. “Quando arrivi in gara e la testa non è buona, non conta niente l’allenamento”. Ed è impressionante sentirlo dire da un’atleta che si allena due volte al giorno tutto l’anno, come se tutta la preparazione fisica fosse soltanto una base su cui deve reggere qualcos’altro di molto più fragile e imprevedibile: la testa.
Anche il modo in cui parla del suo corpo è lontano da qualsiasi narrativa scontata. Da adolescente non ha mai avuto problemi ad accettarsi, anzi. “Mi sono sempre piaciuti i miei muscoli”, dice con una sicurezza rara. Fuori dall’ambiente sportivo, però, percepiva comunque una distanza, perché si vedeva diversa dalle altre ragazze, diversa dal contesto in cui era cresciuta. Una differenza che ha sentito anche nelle relazioni. “Un sacco di volte” i ragazzi si sono mostrati intimiditi dal fatto che praticasse uno sport da combattimento. A volte in modo ironico, altre in maniera più implicita. “Alcuni cercano la ragazza da proteggere”, racconta. “E con me questa cosa non funziona”.
Dietro l’immagine dell’atleta c’è anche tutta la parte invisibile dello sport agonistico: il peso da mantenere, le diete, il controllo costante del proprio stile di vita. Silvia combatte nei 57 kg dal 2015 e negli anni il suo fisico è cambiato continuamente. “Sono passata da pesare 53 kg a 68 kg”, racconta quasi con naturalezza. Ma sarebbe troppo semplice leggere tutto questo come il racconto di una donna che “sfida gli stereotipi”. La sensazione, parlando con Silvia, è di una persona che ha smesso da tempo di sentirsi costretta a scegliere tra forza e femminilità. Nella stessa frase può parlare di combattimenti, tagli del peso, nervosismo e subito dopo scoppiare a ridere fino alle lacrime. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: il fatto che la forza, nel suo caso, non abbia mai cancellato la leggerezza.
Alla fine dell’intervista mi è rimasta addosso soprattutto questa sensazione: il judo, per Silvia, non è un posto dove nascondere le fragilità. È esattamente il contrario: il luogo in cui vengono fuori nel modo più evidente possibile. E forse è anche per questo che continua a difenderlo con così tanto orgoglio, perché libera di esprimere i propri stati d’animo senza imbarazzo.