firmatoB — Intervista
Tutto intorno a noi è chimica». Michele Raggio lo ripete con una naturalezza quasi disarmante, come se fosse una cosa ovvia. In realtà dietro quella frase c’è tutto il suo percorso: la chimica studiata all’università, un dottorato in scienze dei materiali iniziato, e poi una deviazione progressiva verso la divulgazione scientifica e l’educazione. Fino a diventare Presidente di Seed Science, una onlus che porta l’insegnamento delle scienze in Ghana, Tanzania e Uganda, lavorando soprattutto sulla formazione degli insegnanti locali. Oggi coordina progetti tra Africa e Italia, creando connessioni tra studenti, insegnanti e appassionati di scienza. E tra le altre cose è anche un National Geographic Explorer, non un titolo, ma un ruolo. «Significa portare avanti i valori della National Geographic Society: raccontare, proteggere, conservare il pianeta». Una rete globale di scienziati, educatori e storyteller che lavorano su progetti diversi, ma con un obiettivo comune: illuminare quello che spesso resta invisibile.
L’inizio di tutto non è stato un piano strutturato. «Ho iniziato a viaggiare come volontario durante le estati, tra Sud America e Africa, su progetti ambientali ed educativi», racconta. E lì ha visto qualcosa che, dice, in Europa spesso si perde. «L’educazione che noi diamo per scontata, in questi Paesi ha un impatto immediato. E viene riconosciuta subito, anche a livello sociale».Da quella intuizione nasce Seed Science. L’idea non è semplicemente «insegnare scienze», ma cambiare il modo in cui vengono insegnate. E soprattutto, partire da chi già insegna lì. «La vera sfida non è solo per noi, ma per gli insegnanti locali. Che ovunque, secondo me, sono dei supereroi. Ma in certi contesti lo sono ancora di più». Scuole senza acqua corrente, elettricità instabile, materiali quasi assenti. Eppure, lezioni che vanno avanti lo stesso. Il progetto prova a lavorare proprio su questo punto: trasformare i limiti in strumenti. Materiali poveri, spesso reperiti sul posto, diventano parte della lezione. «Non si tratta solo di sostituire strumenti costosi, ma di creare creatività, condivisione, metodo». E la lezione cambia forma: gli studenti non ascoltano soltanto, ma fanno. Sperimentano, costruiscono, osservano. «Diventano protagonisti. E piano piano non imparano solo nozioni, ma sviluppano pensiero critico».
Nel suo percorso c’è anche un incontro che segna una direzione. «Quando abbiamo avviato il progetto ho avuto il piacere di parlarne con Piero Angela». Un confronto che, invece di fermarlo, lo mette davanti alle complessità reali: burocrazia, difficoltà, corruzione, ostacoli strutturali. «Mi disse di stare attento, che non sarebbe stato semplice». E infatti non lo è stato. Ma proprio lì si chiarisce una cosa: «Quando sei dentro un progetto educativo, non puoi fermarti. Se funziona, cambia la vita delle persone». Tra gli esperimenti che ha portato nelle scuole africane ce n’è uno che ricorda meglio degli altri. Semplice, quasi giocoso, ma efficace. «Le bolle di sapone infuocate». Una dimostrazione di combustione, fatta con attenzione e mille precauzioni, che diventa il punto di partenza per parlare di chimica. «È quello che ha colpito di più gli insegnanti, perché rende visibile qualcosa che altrimenti resta astratto». E da lì parte tutto: domande, curiosità, connessioni.
Guardando avanti, la sua attenzione si sposta sugli studenti di oggi e sul modo in cui cambierà l’istruzione. «Nel futuro gli studenti dovranno essere sempre più protagonisti. Più autonomia, più accesso alle informazioni, più strumenti, con l’intelligenza artificiale che entrerà in questo percorso, con tutte le sue complessità». È forse qui che si chiude il cerchio. Perché per Michele Raggio la scienza non è mai stata solo una materia, ma un linguaggio per capire il mondo. E insegnarla, soprattutto dove sembra più difficile, diventa «un modo per renderlo un po’ più comprensibile per tutti».