firmatoB — Intervista

Mc Musa

L’America è sempre stata il Paese dei sogni. Ma cosa resta oggi di quel mito? Con La Mc Musa‬, nome d’arte di Marta Ciccolari Micaldi, giornalista e guida letteraria, abbiamo parlato di come gli Stati Uniti stiano cambiando: di un sogno americano che per molti è diventato un progetto sempre più irrealizzabilr, di un sistema che mostra le sue contraddizioni, ma anche delle storie che restano ai margini dei grandi racconti ufficiali. Perché spesso sono proprio le voci più piccole, quelle che non arrivano nei titoli, a restituire il volto più autentico di un Paese.‬

Partiamo dalle origini del nome. Perché Mc Musa? L’intuizione nasce proprio da questa tensione tra racconto e identità. «Ho unito le mie iniziali alle iniziali degli Stati Uniti ed è venuto fuori McMusa. Una musa che può ispirare nella conoscenza di un’altra cultura, ma che si ispira lei stessa alla letteratura, alle storie, alla narrazione. E poi conserva quell’aspetto pop degli Stati Uniti che per me è essenziale». Nel suo lavoro di divulgazione e racconto, «la storia d’amore» di Marta con gli Stati Uniti è cambiata profondamente negli ultimi anni. Non si tratta più di un’ammirazione a senso unico, ma di una rilettura critica. «Il mio rapporto con gli Stati Uniti ha avuto una grande revisione da ottobre 2023 in poi. Per me l’appoggio a Israele dopo l’invasione di Gaza è stato uno spartiacque. Ho dovuto chiedermi in che modo volevo continuare a raccontarli, e se volevo continuare a farlo». Nasce così una scelta precisa: spostare lo sguardo verso le contronarrazioni, verso le minoranze, verso tutto ciò che resta spesso fuori campo. Un’America che non coincide con quella delle grandi città simbolo o delle immagini da cartolina, ma che si costruisce nelle periferie, negli Stati meno raccontati, nelle comunità indigene o latine.

Il New Mexico, per esempio, diventa uno dei punti di osservazione privilegiati. «È uno stato che ha circa il 10% della popolazione composta da nativi americani. Ci sono pueblos, tribù, realtà indigene ancora vive e attive. Poi c’è tutta la componente latina e ispanica, che oggi è anche sotto pressione. Il New Mexico non è più a maggioranza bianca. Ed è questo il tipo di America che mi interessa raccontare». Questa attenzione alle differenze non è solo geografica, ma culturale e politica. È un modo per restituire complessità a un Paese che spesso viene ridotto a pochi simboli. «Gli Stati Uniti non sono solo anglosassoni. Sono un mosaico molto più ampio, e il rischio è sempre quello di semplificarli». Un episodio personale, vissuto durante il suo primo viaggio in Illinois, ha contribuito a chiarirne le sfaccettature. Ospite di una famiglia americana molto benestante, si trova a parlare di Barack Obama. La sua risposta entusiasta, in quel momento storico, produce però una reazione inaspettata. «Ho detto che noi lo amavamo, e loro si sono irrigiditi. Non sono stati scortesi, ma la stanza è cambiata. Si sono guardati tra loro, come a dire: da dove cominciamo a farla ragionare questa ragazza». È lì che si rompe un’idea ingenua di uniformità culturale. «Ho capito che la gentilezza non è sinonimo di condivisione di valori. È un codice sociale, ma non significa che le persone siano vicine a te».

Da quel momento, lo sguardo della Mc Musa sull’America cambia definitivamente. Non esiste un’unica America, ma molte Americhe che convivono, spesso senza incontrarsi davvero. Per comprenderle, dice, non basta attraversare i luoghi iconici. Serve rallentare, uscire dalle rotte più battute, entrare nei territori meno raccontati. «L’America autentica è tutta. New York è autentica quanto un paesino del Nevada. Il punto è attraversarla. Il modo migliore è fare un viaggio on the road, ma non per forza quello classico». Il Sud, il Midwest, le città della Rust Belt, i sobborghi: sono questi gli spazi che, più di altri, raccontano le contraddizioni profonde del Paese. «Detroit, Minneapolis… sono città che hanno dovuto morire e rinascere più volte. Non sono turistiche, ma sono fondamentali per capire cosa significa lavoro, crisi, identità». E poi ci sono i sobborghi, spesso invisibili nelle narrazioni mediatiche, ma centrali nella costruzione dell’immaginario americano. «Sono il cuore del conformismo americano, ma anche del consumismo. Se entri lì dentro capisci davvero come vivono, come pensano, come si rapportano agli altri».

Alla fine, l’America che emerge non è una risposta, ma una domanda aperta. Un Paese che non si lascia mai ridurre a una sola immagine, e che forse proprio nella sua contraddizione continua a esercitare il suo fascino. «Più lo guardi da vicino, più ti accorgi che le contraddizioni non sono un difetto: sono la sua struttura». E la Route 66? Oggi, racconta Marta Ciccolari Micaldi, quel mito rischia di essere più un’illusione che una realtà: «Con tutto l’amore che possiamo avere per questa strada, forse è un po’ superata. È bella, per carità, però si rischia di inseguire un mito del passato che oggi non c’è più». Un percorso interrotto, sostituito in molti tratti dalle interstatali, che continua a vivere più nella narrazione che nella sua concretezza. Alla fine, il discorso sull’America torna sempre lì. Non al sogno, ma alla sua trasformazione.