firmatoB — Intervista
“Beatrice, quando diventeremo grandi, secondo te?” È l’ultima domanda che mi fa Luca Fornaciari mentre mi accompagna alla stazione di Modena. Una domanda che continua a ronzarmi in testa per tutto il viaggio di ritorno verso casa. Forse perché una risposta non ce l’ho. O forse perché, dopo un’ora passata a parlare di corpi celesti, tempo e pazienza, mi sembra perfettamente coerente con la persona che ho appena conosciuto. Astrofotografo e divulgatore, è probabilmente l’unico in Italia ad aver trasformato l’astrofotografia in un lavoro a tempo pieno. Ma definirlo semplicemente “quello che fotografa il cielo” sarebbe riduttivo. Luca non si limita a catturare immagini di galassie lontane, nebulose e oggetti invisibili all’occhio umano: lui racconta, spiega e accompagna gli altri alla scoperta dell’universo. Perché raccontare ciò che si ama significa, in fondo, sperare che possa accendere qualcosa anche negli altri. È questo il filo conduttore del suo lavoro. Non i riconoscimenti – come la pubblicazione di una sua fotografia tra le immagini dell’anno selezionate dal The Guardian – ma la voglia di trasmettere un modo di osservare il mondo. È lo stesso motivo per cui, quando gli chiedo quali persone inviterebbe a cena, sceglie Carl Sagan, Piero Angela e suo nonno. Tre figure diverse, ma unite dallo stesso approccio. “Erano persone di enorme competenza, ma con un’umiltà straordinaria. Il focus era sempre sul servizio che offrivano agli altri, mai su loro stessi”.
Basta ascoltarlo pochi minuti per capire che per Luca la fotografia astronomica non è semplicemente un lavoro, ma una parte della sua vita. “Mi sono licenziato per provare a realizzare un mestiere che, a tutti gli effetti, era una follia. Però mi ha dato tutto: ho conosciuto mia moglie, ho un bimbo bellissimo ed è una diretta conseguenza dell’aver praticato questa disciplina. Mi ha dato un ricongiungimento con la natura e mi ha fatto venire voglia di raccontare tutto questo agli altri”. Le sue fotografie sembrano nate in un istante. In realtà sono il risultato di un processo lentissimo: prima bisogna scegliere l’oggetto da fotografare, studiare il periodo giusto, controllare il meteo, verificare che la Luna non rovini il cielo con la sua luce. Solo allora il telescopio può iniziare a lavorare. E quando tutto funziona, non basta comunque una notte, perchè una fotografia di cielo profondo può richiedere quindici o venti ore di esposizione distribuite su più serate. “Sono oggetti così deboli che serve accumulare luce per ore prima di riuscire a mostrarli”.
La modestia con cui descrive ciò che fa è disarmante. “Questa è una disciplina che si fonda sull’errore. Lo sbaglio è lo strumento principale di apprendimento. Prima impari a non accumulare frustrazione davanti ai fallimenti, prima riesci davvero a migliorare”. Di serate andate storte ce ne sono state tante: software che si bloccano, aggiornamenti improvvisi del computer, nuvole arrivate quando il meteo prometteva il sereno. Eppure, non parla mai di tempo sprecato. “Ogni notte passata a guardare le stelle è una cosa di cui si può solo essere grati”. Luca ama la solitudine, il silenzio e quel contatto con la natura che il buio rende ancora più intenso. Ma l’astrofotografia, racconta, ha anche un volto sociale. “Tante persone si conoscono proprio sotto il cielo e diventano amici”.
Negli ultimi anni anche questo mondo sta cambiando. Oggi possiamo vedere immagini incredibili realizzate dai grandi telescopi spaziali. Oppure utilizzare strumenti basati sull’intelligenza artificiale capaci di generarne di altrettanto spettacolari. Prima di salutarci gli chiedo allora se abbia ancora senso passare un’intera notte a costruire una fotografia del cielo. La sua risposta è equilibrata. “L’intelligenza artificiale sta cambiando la fotografia astronomica. Da una parte rende tutto più accessibile, dall’altra rischia di appiattire le differenze. Ma la competenza vera continua a costruirsi solo con l’esperienza”. Poi, quasi a ricordare che il cielo continua a regalarci occasioni straordinarie, mi parla degli appuntamenti da non perdere. Le eclissi totali di Sole sono, per lui, “tra i fenomeni naturali più belli che una persona possa vedere nella propria vita”. La prima lo porterà in Spagna, dove il Sole tramonterà durante la totalità; quella dell’anno successivo, ancora più lunga, lo vedrà partire verso l’Egitto. “Se devo consigliare qualcosa da inseguire almeno una volta nella vita, sono proprio le eclissi totali”. E allora quella domanda finale – “Quando diventeremo grandi?” – forse smette di essere una battuta. Forse è il modo con cui Luca guarda il cielo da quindici anni: continuando a sentirsi abbastanza curioso da sapere che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.