firmatoB — Intervista
La mia vita è stata costellata di viaggi all’inferno», dice Livio Senigalliesi senza enfasi, quasi fosse una constatazione. Per una vita ha fatto il fotoreporter, attraversando conflitti e crisi sociali, muovendosi nei luoghi in cui la storia accade in diretta. Quando prova a spiegare cosa significhi davvero stare dentro una guerra, però, non parla di strategie o fronti: parla di sensazioni concrete, fisiche, difficili da dimenticare. «L’odore dei cadaveri, il rumore degli scheletri schiacciati dai cingoli dei carri armati. E le urla. Sempre urla».
La fotografia entra nella sua vita quasi per caso, dopo l’invito di un amico a seguirlo per un weekend. Da lì il percorso si allarga rapidamente: prima la Formula 1, poi i grandi eventi, infine il mondo. All’inizio scatta a colori, ma presto capisce che il suo interesse è altrove: «nelle persone, nei volti, nelle storie». Il bianco e nero diventa così una scelta di linguaggio più che estetica, il modo più adatto per raccontare il lato sociale della realtà, dalle periferie ai lavoratori, fino a quell’Italia meno visibile che sente il bisogno di documentare. Un passaggio decisivo arriva con Berlino, nei giorni della caduta del muro. La città gli appare sospesa, quasi fuori dal tempo: «Era come tornare al 1945. Soldati russi, cieli plumbei, una città spaccata in due». È lì che matura una consapevolezza destinata a segnare il resto del suo lavoro: stare «dall’altra parte» cambia radicalmente lo sguardo, obbliga a rimettere in discussione ogni prospettiva. Nel mestiere di fotoreporter la paura è una presenza costante, ma non può prendere il sopravvento. «Non è che non c’è. È che la devi controllare», spiega, sottolineando come proprio la paura, in certe situazioni, gli abbia salvato la vita. Più che di coraggio, parla di lucidità: «sapere perché si è lì, mantenere nervi saldi anche quando tutto intorno crolla».
Il racconto si fa più cupo quando arriva al Kosovo, una delle esperienze più estreme. Insieme al collega Antonio Russo si muove in un territorio frammentato, attraversato da eserciti diversi e fronti sovrapposti. «Ci sparavano tutti. Serbi, albanesi, e anche la NATO sui ponti». Viaggiano con mezzi di fortuna, pochi litri di benzina recuperati al mercato nero, passando da un checkpoint all’altro, in un clima sempre più teso. Le discussioni si trasformano rapidamente in violenza, fino al momento in cui la situazione precipita: vengono fermati, minacciati, derubati. «Mi hanno messo un coltello alla gola. Mi hanno portato via tutto». Eppure, proprio in quell’istante, la reazione non è il panico ma il controllo: restare immobili, misurare ogni parola, sapendo che potrebbe essere decisiva. La guerra, però, non è solo il rischio immediato: è anche ciò che si accumula nel tempo. Immagini, corpi, memorie difficili da elaborare. Case distrutte, vite spezzate, persone che smettono di esistere nel senso più pieno del termine.
Oggi, osserva Livio, il mondo dell’informazione è cambiato radicalmente. La velocità e la quantità di immagini hanno trasformato il modo di guardare e di comprendere. «Tutto è immediato. La foto del giorno prima è già vecchia». In questa accelerazione si perde qualcosa di fondamentale: «il tempo necessario per approfondire, per capire davvero ciò che si ha davanti». Da qui nasce anche un dubbio inevitabile sulla fiducia nelle immagini: «Dobbiamo sempre avere dubbi». Ai più giovani non parla di eroismo, ma di preparazione. «Bisogna studiare, leggere, imparare le lingue, conoscere le persone e i contesti». Senza questo lavoro di approfondimento, sostiene, non può esistere un vero racconto. La storia resta il fondamento di tutto: senza una comprensione profonda, le immagini rischiano di rimanere superficiali, prive di significato.
Alla fine, però, il punto non è la guerra in sé, ma ciò che lascia dentro le persone. «Dovremmo riaprire il cuore», dice, tornando a una dimensione più umana e universale. In un mondo abituato a consumare tutto in pochi istanti, ricorda che le vite non possono essere ridotte a un minuto (intende un reel su Instagram). E che la guerra, vista da vicino, resta una delle esperienze più devastanti possibili, capace di lasciare segni profondi e permanenti.