firmatoB — Intervista

Fabio Eguelfi

Chi diventi quando smetti di essere «il numero 6»? Quando il calcio smette di essere il centro della tua vita? Fabio Eguelfi per dodici anni ha fatto il calciatore professionista. A un certo punto quella bolla è scoppiata – complice l’ennesimo infortunio, la rottura del tendine d’Achille destro, dopo che il sinistro era già stato operato anni prima – ed è iniziata quella che lui definisce la vita reale, «quella delle persone che si alzano alle 8 del mattino». Detta così sembra una frase semplice, ma in realtà racconta molto più di quello che sembra. Il calcio è una realtà parallela, con regole proprie, tempi diversi e privilegi evidenti; quando ne esci non ti trovi solo a dover cambiare lavoro, ma anche (e soprattutto). A ridefinire completamente la tua identità. Fabio si è preso un anno per fermarsi e capire cosa fare dopo. In quel periodo ha scoperto il golf e oggi sta costruendo qualcosa di completamente diverso dal campo: una linea di cosmetici antietà a base di eparina. Il calcio è rimasto nella sua vita, ma in una forma diversa, più distante. «Le partite le guardo molto meno. Tranne nel caso dell’Inter… lì non riesco a staccarmi», racconta. Se non fosse stato calciatore, probabilmente avrebbe fatto il tennista.

C’è una frase che ritorna spesso quando si parla di questo sport: «corrono dietro a un pallone». È un pensiero diffuso, e in parte lo è stato anche per me, almeno finché non ho parlato con Fabio. Perché, come spesso succede, dietro a una definizione semplice si nasconde una realtà molto più articolata. Lui il giudizio non lo ha mai vissuto come un problema reale, «perché quando c’è passione non stai a sentire troppo quello che dicono gli altri». Ed è vero che i privilegi esistono – a partire dai guadagni, che in molti casi arrivano presto e sono importanti – ma esiste anche una parte molto meno visibile, fatta di instabilità continua. «Non sapere dove si giocherà l’anno successivo è la normalità. Una telefonata può cambiare tutto nel giro di poche ore, costringendoti a spostarti, a ricominciare, a lasciare indietro qualcosa». All’inizio può sembrare anche stimolante, perché significa scoprire nuove città, nuove culture, ma alla lunga si fa sentire con forza la mancanza di un punto fermo. E pesa ancora di più quando non si è soli. «Se hai una famiglia è più complicato. Spostare dei bambini, cambiare scuola, ricominciare ogni volta… è qualcosa di cui si parla pochissimo, ma che incide davvero tanto».

C’è poi un altro elemento poco raccontato: il tempo. Un calciatore, al di fuori degli allenamenti, ne ha molto più di quanto si immagini. Le giornate hanno spazi vuoti e nessuno ti obbliga a riempirli. «Ti alleni, torni a casa e hai il pomeriggio libero. Se non alleni la testa, diventa un problema», spiega Fabio. È proprio in questi spazi che nascono «zone d’ombra», come il gioco d’azzardo, le scommesse. Fabio ne parla senza filtri: «la ludopatia è una cosa che riguarda molti giocatori, è capitata anche a me ed è presente negli spogliatoi, ma in pochi ne parlano». Ma il nodo centrale, più ancora del gioco in sé, è la gestione del denaro. Guadagnare cifre importanti a 17 o 18 anni significa trovarsi in una condizione per cui non si è pronti, e l’errore diventa quasi inevitabile. Il problema, secondo Fabio, è che manca una vera educazione su questi temi: nessuno ti insegna davvero cosa significhi gestire il denaro, né quali siano i rischi legati a certe dipendenze. Un esempio che rende bene l’idea è una vacanza in California. «Pensavo di essere un giocatore del Real Madrid», dice sorridendo. Tra esperienze, serate e attività di ogni tipo, il risultato è stato evidente solo al rientro, quando ha guardato l’estratto conto e si è reso conto che si poteva fare la stessa esperienza con un’attenzione diversa.

Ma cosa resta del calcio quando il sogno finisce? Chi diventi quando smetti di indossare l’etichetta di «calciatore»«All’inizio non riuscivo ad accettarlo», ammette. Non è solo una questione fisica, ma mentale: bisogna prendere atto che non si può più essere la persona che si è stati fino a quel momento. Da lì inizia un percorso più lento, meno definito, in cui si impara a guardare avanti senza avere risposte. E a scoprire una vita con ritmi diversi, più ordinari, in cui le «persone lavorano tutto il giorno, guadagnano meno e fanno fatica». Del calcio, però, resta molto. Disciplina, metodo, capacità di stare dentro a un gruppo e lavorare per un obiettivo comune. «Uno spogliatoio è un sistema», spiega Fabio, «con ruoli chiari e responsabilità precise. In fondo è molto simile a un’azienda». Questa abitudine a collaborare con tante persone, a rispettare gerarchie e a condividere un obiettivo non si perde, ma si trasforma. Cambia il contesto, cambia il fine, ma la struttura resta la stessa: prima era vincere una partita, oggi può essere portare avanti un progetto o costruire un prodotto.

Quando si parla di calcio italiano, soprattutto dopo le mancate qualificazioni ai Mondiali, la discussione si concentra spesso sulle responsabilità individuali: giocatori, allenatori, dirigenti. Fabio ha una visione diversa: «è troppo facile dare la colpa ai singoli. Il problema è il sistema, il modo in cui vengono cresciuti i giovani e le opportunità che hanno». Il confronto con altri Paesi è inevitabile: all’estero i ragazzi giocano prima, fanno esperienza, accumulano partite; in Italia, a 23 anni si è ancora considerati «giovani». C’è poi un dato che colpisce più di tutti: i ragazzi nati nel 2007 e nel 2008 non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. «Non è solo una questione sportiva, ma anche culturale, perché si perde un pezzo di memoria collettiva». Allo stesso tempo, il calcio sta cambiando anche nel modo in cui viene vissuto. Gli spogliatoi non sono più quelli di una volta: l’atmosfera è più leggera, meno rigida. «Quando sono arrivato tra i professionisti il telefono non esisteva nello spogliatoio, oggi è normale», racconta. «Anche gli allenatori si sono adattati, diventando più attenti all’aspetto mentale dei giocatori, cercando di creare ambienti più sereni». È un approccio diverso, che può sembrare distante da quello del passato, ma che risponde a esigenze nuove. Alla fine, però, tutto si riduce sempre allo stesso punto: quello che succede in 90 minuti.