firmatoB — Intervista
La sua epifania è stata una visita al centro astronauti di Houston, in Texas. A fargli da guida c’era Luca Parmitano, che all’epoca si stava addestrando per la sua seconda missione nello spazio. È lì che Andrea Patassa ha scoperto che gli astronauti esistono davvero, “sono in carne ed ossa”. Gli è servito questo per capire che avrebbe potuto farne parte, perchè fino ad allora gli sembrava possibile quanto diventare Spider-Man. Per questo oggi ci tiene a precisarlo: gli astronauti non sono supereroi. Sono persone che studiano, si allenano e acquisiscono competenze in ambiti anche molto lontani dalla propria professione, per prepararsi a una missione che potrebbe arrivare. Quando, però, non si sa. È un po’ questo il limbo di un astronauta di riserva: continuare a fare il proprio lavoro – nel suo caso, il pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare – e intanto addestrarsi, tenendo aperta la possibilità di partire. Poi, se arriva l’assegnazione a una missione, comincia la preparazione specifica: uno o due anni, a volte anche di più. La chiamata è un momento che Patassa ha provato a immaginare tante volte. Ma, racconta, finché non lo vivi è difficile sapere che cosa proverai.
Nel frattempo, però, la sua vita non è ferma in attesa di una telefonata. Pilotare aerei militari era quello che desiderava fin da bambino, prima ancora che lo spazio diventasse una possibilità. E far parte della riserva gli permette di continuare a farlo. Le due professioni convivono meglio di quanto si possa immaginare. “Ci sono tecnologie comuni, competenze che si sovrappongono, esperienze che tornano utili passando da un ambiente all’altro. Quello che imparo durante l’addestramento da astronauta lo porto in volo; quello che ho imparato da pilota mi aiuta a prepararmi a una possibile missione”.
Quando nel 2021 si sono aperte le candidature per la selezione dell’ESA, Patassa ha deciso di provarci. L’anno successivo è entrato nella riserva degli astronauti. Tra le prime cose che ha messo in discussione durante l’addestramento c’è qualcosa che sulla Terra diamo per scontato: il modo in cui ci muoviamo. Patassa lo ha sperimentato durante i voli parabolici, “con le manovre dell’aereo permettono di provare l’assenza di peso per intervalli di circa venti o trenta secondi”. È una delle esperienze che gli hanno fatto sentire più vicina l’idea di una missione. “Insieme all’addestramento in piscina, dove il galleggiamento viene utilizzato per simulare alcuni aspetti delle condizioni in cui si svolgono le passeggiate spaziali“. La parte pratica, ammette, è quella che gli piace di più. Ma non si tratta soltanto di imparare a galleggiare. Ci sono anche lezioni di biologia e medicina, concetti da recuperare tra i ricordi del liceo e procedure da affrontare per la prima volta, come le esercitazioni mediche. Anche perchè, se qualcosa succede nello spazio, i primi a intervenire sono gli astronauti stessi. Come osserva lui, “il pronto soccorso più vicino non è proprio così vicino”.
Negli ambienti estremi il corpo è messo alla prova. Ma per Patassa la priorità resta un’altra: “Se la mente è calma, sa cosa fare, il corpo reagisce di conseguenza”. È anche il senso della preparazione: provare una situazione prima che si presenti davvero, conoscerla, sapere quali azioni compiere. Quando gli domando se l’addestramento lo abbia aiutato a superare una paura, lui mi risponde che “in realtà serve a superare la paura ancora prima di sapere di averla”. Nei corsi di sopravvivenza si lavora molto anche sulla gestione del team. Sotto la neve, in montagna, con un compito da completare e la fatica che comincia a farsi sentire, possono emergere idee diverse su come procedere. “Bisogna imparare a gestirle, senza perdere di vista l’obiettivo comune. Saper lavorare insieme è una capacità che viene valutata già durante la selezione e poi allenata”.
Se quella chiamata arrivasse, Patassa pensa che alla soddisfazione si accompagnerebbe subito il senso di responsabilità. Perché “l’astronauta è solo la punta dell’iceberg di una squadra enorme: dietro ci sono quelli che preparano gli esperimenti, sviluppano le tecnologie e rendono possibile la missione. Partire vorrebbe dire rappresentare anche loro, oltre all’Italia e alle agenzie spaziali”.
Il futuro dell’esplorazione lo entusiasma. Soprattutto la prospettiva di tornare sulla Luna per lavorare e fare ricerca, con una presenza più duratura. Ma alla voglia di procedere accompagna una cautela: accelerare non deve significare dimenticare perché esistono certe procedure. “Spesso queste procedure sono scritte nel sangue di incidenti successi nel passato”, ricorda. Migliorare i processi è necessario, ma bisogna farlo conservando ciò che si è imparato dagli errori.
Dire di essere un astronauta gli sembra ancora strano. Sono passati anni dalla selezione, eppure quella definizione conserva qualcosa di irreale. Per chi gli sta intorno, invece, sembra aver cambiato tutto da un giorno all’altro: “Automaticamente conoscevo tutto, sapevo tutto di qualsiasi cosa”, racconta divertito. È anche per questo che gli sta a cuore sfatare il mito del supereroe. Quando gli chiedo che cosa porterebbe con sé, se dovesse partire, pensa alle persone che rimarrebbero a Terra. Vorrebbe un oggetto che gliele ricordasse, da riportare poi indietro per condividere con loro qualcosa di quell’esperienza. Sul cibo, invece, ha già una preferenza: “Alla Nutella preferirei forse la lasagna di nonna”. Anche se, aggiunge, “sarebbe un po’ più difficile da impacchettare”.