firmatoB — Intervista
È partita dall’oggi al domani per le Hawaii per fotografare un incontro più unico che raro: quello tra la lava incandescente del Kilauea e l’oceano Pacifico. Era il 2016. Per giorni Barbara Dall’Angelo si è spostata su quel campo lavico con il suo cavalletto, dentro uno scenario che aveva tutta l’aria di essere dantesco. Alla fine, è riuscita a raccontare la bellezza di quell’evento. Ma quegli stessi scatti le sono costati una grave intossicazione polmonare e mesi di cure. Quando ne parla, però, lo fa ancora con l’eccitazione di chi quel momento lo aveva aspettato per anni. “Non sono scapestrata”, mi dice. Anche se qualcuno, a quanto pare, pensa il contrario. Barbara è semplicemente alla costante ricerca di scenari capaci di “farci innamorare” della nostra casa comune. Alcuni giornali la definiscono “regina della fotografia”, ma lei ha tutta l’aria di una persona poco interessata a occupare il gradino più alto di un podio. Con discrezione, delicatezza e, ogni tanto, una dose di sana incoscienza, vuole raccontare un pianeta in armonia. Se però le condizioni le consentono. “Lo stop arriva quando c’è il rischio di farmi male. Per me la fotografia naturalistica non può prescindere da un quesito etico: se per ottenere una fotografia rischio di danneggiare un animale o la natura, quello scatto non esiste. Bisogna fermarsi”.
Dalla Groenlandia al profondo sud della Louisiana, Barbara viaggia per fotografare. Spesso cerca condizioni particolari: il maltempo, la notte, luoghi difficili da raggiungere. Prima di partire studia tutto e, quando serve, si affida a guide locali. “Guardo le fotografie di quel Paese, studio i pericoli, l’incidenza della luce, gli orari migliori”. Poi, certo, c’è anche il brivido dell’avventura. Per riuscire a fotografare gli astratti del Rio Tinto, in Spagna, chiede a un amico con un piccolo Cessna di sorvolare la zona finché non trova quello che cercava. “Mi piace cercare l’ordine dove c’è il caos e, dove c’è l’ordine, l’elemento di disturbo”. Quando vede qualcosa che la convince, l’aereo si inclina quasi perpendicolarmente al terreno e lei, debitamente imbragata, si sporge dal finestrino per fotografare allo zenit. La cosa che mi sorprende del suo lavoro è di riuscire a raccontare con un clic fragilità del nostro Pianeta che un giornalista, un divulgatore o un ricercatore impiegherebbero pagine di dati e analisi a spiegare. “La fotografia può condensare in un istante un messaggio. Anche quando fotografo qualcosa di violento – un’esplosione vulcanica, il collasso di un iceberg, una tempesta – cerco di raccontarlo in maniera poetica. La mia non vuole essere una fotografia di denuncia, uno schiaffo. Voglio entrare nel cuore delle persone in punta di piedi”.
Nella lente di Barbara sono finiti anche i segni del cambiamento climatico. Uno dei suoi luoghi del cuore è il Lago Nero, nelle Dolomiti, dove torna da anni. È lì che vede cambiare il paesaggio. “Quando mi volto vedo l’Adamello e la Presanella. I ghiacciai si stanno ritirando in maniera impressionante. È qualcosa di tangibile”. Ma c’è un altro cambiamento che ha osservato viaggiando, quello provocato dall’overtourism, e qui Barbara non assolve nemmeno la propria categoria. “Anche noi fotografi abbiamo contribuito. Ci sono luoghi che un tempo erano frequentati da pochi veri amanti della natura e che, anche grazie ai social e alla diffusione delle immagini, oggi vengono invasi da troppe persone. Ecosistemi fragili diventano sempre più esposti al degrado”. Mi racconta il Masai Mara. Quando andò a fotografare la migrazione degli gnu quasi vent’anni fa, ricorda poche jeep e lunghe giornate di attesa. Perché il crossing non risponde agli orari di nessuno: il primo animale può decidere di attraversare e trascinarsi dietro migliaia di altri, oppure restare fermo per ore. “Oggi invece dietro gli animali c’è un anfiteatro di jeep che è una cosa assurda”. Poi pronuncia una frase che, forse, racconta il problema meglio di tante definizioni: “Oggi, anche per colpa dei social, c’è un turismo mordi e fuggi: si viaggia per mettere il check, la spunta su più posti possibili, invece che per conoscerli davvero”.
Forse Barbara ha sempre visualizzato la vita attraverso le immagini. Ha studiato regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, alla fine degli anni Novanta ha aperto un’azienda di distribuzione cinematografica e televisiva e poi è approdata alla fotografia, senza più abbandonarla. Nel 2024 è diventata la prima donna a vincere Asferico, “un riconoscimento utile a far vedere alle nuove generazioni che anche le donne possono diventare fotografe per National Geographic, anche se vinceremo davvero quando il fatto che una donna abbia vinto non farà più notizia”. La fotografia premiata ritrae alcune mangrovie in Indonesia, separate le une dalle altre, che sembravano rispondere alla violenza degli elementi con figure leggere, quasi una coreografia. “Sembravano chiudersi in un abbraccio. Per me quella fotografia mi rispecchia completamente”.
Il giorno in cui la incontro è quello precedente alla sua partenza per la Norvegia. Poi ci saranno il Pakistan e, prima o poi, l’Antartide, viaggio programmato e rimandato più volte. Sempre insieme a suo marito, che la sostiene, la accompagna e – quando serve – prova anche a placarla. Probabilmente senza riuscirci del tutto.