firmatoB — Intervista
“Nel Mediterraneo gli squali non ci sono”, “i pesci sono muti” e “mi ha punto una medusa”. Tra tutti i falsi miti sul mare, questi sono alcuni dei più divertenti per Valentina Lovat. Finché non si parla di cambiamento climatico, perché allora cambia faccia e diventa subito pragmatica. E soprattutto provocante. “Dove stiamo andando?”. È una domanda che da biologa marina (e cittadina) si pone ogni giorno. Non soltanto quando guarda i grafici delle temperature del mare, ma anche quando deve decidere come vivere, cosa consumare, che cosa raccontare. “Mi sento molta responsabilità addosso in ogni scelta che faccio. E soprattutto agire è quello che mi porta a chiedermi dove andremo in futuro”.
La domanda era comparsa in un suo post su Instagram, davanti a un grafico di Copernicus che mostrava temperature fuori scala. Il giugno 2026 è stato il più caldo mai registrato per l’Europa occidentale: la temperatura media sulla terraferma della regione è stata di 20,74 °C, 3,06 °C sopra la media 1991-2020. Anche la temperatura superficiale globale degli oceani, nella fascia 60°S-60°N, ha raggiunto il record per il mese di giugno. “Questi sei gradi sono tantissimi”, racconta riferendosi ai picchi registrati in alcune aree del Mediterraneo. “Il mare si scalda così tanto: quali sono le conseguenze? E soprattutto quali sono le azioni che possiamo intraprendere per adattarci, mitigare questo cambiamento che è la nostra quotidianità, è il nostro presente?”.
La tentazione, davanti a estati sempre più calde, è considerarle semplicemente la nuova normalità. Lovat, invece, spera che continuino a stupirci. Anche perché il cambiamento, dice, è percepibile con il corpo prima ancora che attraverso un grafico. “Io ho trent’anni e ho avuto l’opportunità di vivere il mare dieci, quindici anni fa, quando l’acqua era fredda. Oggi entro in acqua e ci sto ore perché non ho freddo”. Come una reazione a catena, l’aumento della temperatura favorisce, per esempio, la proliferazione di alghe e la formazione delle cosiddette mucillagini che negli ultimi anni sono diventate sempre più familiari lungo le coste mediterranee. Quando queste sostanze si depositano sul fondale possono ricoprire gli organismi e interferire con la loro capacità di respirare e nutrirsi. “Quest’anno abbiamo tanti incendi a terra, causati anche dall’aumento della temperatura, che sono molto più difficili da gestire. Anche il mare, in qualche modo, sta soffocando o sta andando a fuoco. Stiamo perdendo le foreste a terra, ma anche le foreste sottomarine”.
Se il clima cambia, dovrà cambiare anche il modo in cui viviamo. Non necessariamente, però, andando a cercare rifugio altrove. Valentina non immagina città abbandonate in favore della montagna. Anzi, considera quella una soluzione rischiosa: “La natura deve rimanere selvaggia. Non dico inaccessibile, però accessibile a pochi, perché altrimenti se tutti ci spostassimo in montagna perderemmo anche quella parte di polmoni, quella parte di natura incontaminata e biodiversità”. La direzione, per lei, è opposta: portare la natura dentro le città. “Quello che dobbiamo capire oggi è che noi siamo natura. Noi siamo natura e abbiamo bisogno della natura attorno a noi”. Significa più spazi verdi, ma anche recuperare il rapporto con l’acqua: fiumi coperti, corsi d’acqua deviati, città costruite come se l’ambiente fosse qualcosa di separato dall’essere umano. E il cambiamento potrebbe riguardare persino gli orari con cui organizziamo le nostre giornate. “Con questo caldo non puoi garantire determinati servizi durante tutta la giornata, soprattutto nelle ore più calde. Ci deve essere una maggiore attenzione agli orari lavorativi, alle disponibilità delle persone e ai ritmi”. Poi c’è il consumo. “Non ci possiamo più permettere questo livello assoluto di spreco”. La sovrapproduzione, l’estrazione continua di materie prime, lo scarto dovranno lasciare spazio a un’economia circolare. “Anche perché le risorse che consideriamo infinite spesso non lo sono affatto”.
Con numeri e dati così poco rassicuranti mi viene spontaneo chiedere a Valentina se vive l’ecoansia. “Sì, non lo nego, ma con il tempo ho imparato a gestirla agendo”. Nemmeno la speranza assoluta, però, le appartiene. “Non ha senso immaginare un mondo idilliaco. Lo immagino tutti i giorni, è bellissimo, ma non è concreto al giorno d’oggi. È un po’ utopico”. La sua è piuttosto una “disperanza” attiva: informarsi, distinguere le fonti affidabili dalla disinformazione, parlare con chi ne sa più di noi e poi agire. “Primo passo: essere informata, anche se esserlo su quello che sta succedendo al giorno d’oggi è difficilissimo, perché le fonti di informazione sono tante e di disinformazione ce n’è altrettanta”. Poi viene l’azione: “Mi metto in contatto per cercare di capire che cosa posso fare”. Prima dell’oceanografa, però, c’è la bambina che aveva già scelto il mare senza quasi rendersene conto. “Da sempre ho avuto un legame fortissimo con l’acqua: il nuoto, l’apnea. Appena ho potuto ho fatto brevetti subacquei, ho fatto immersioni. È un legame, una passione quasi ancestrale”. La conferma è arrivata anni dopo, per caso, dentro un vecchio diario ritrovato durante un trasloco. Aveva sei o sette anni. Alla domanda su quale lavoro avrebbe voluto fare da grande aveva scritto: biologa marina. Trasformare una passione in un mestiere, però, è stato meno lineare. È lì che scopre che le scienze del mare sono molto più vaste dell’immagine stereotipata del biologo marino che nuota con delfini e balene.
E a proposito di quei falsi miti… “Muto come un pesce”, è un detto da archiviare. “I pesci non sono muti, anzi. Grazie agli idrofoni oggi possiamo ascoltare il paesaggio sonoro sottomarino. Sembra di essere a New York, c’è un caos allucinante perché c’è tanta vita”. Il secondo mito riguarda il colore. “Il mare bello è il mare trasparente”. Non necessariamente, anzi spesso il colore inganna. Un mare verde può essere un mare ricco di nutrienti, dunque un mare produttivo, capace di sostenere la pesca e i cicli della vita. Riesce ancora Valentina, allora, a fare una vacanza al mare come tutti gli altri? “Di sicuro non lo vivo come una persona non informata, perché non è possibile farlo. Quando lo studi hai sempre un occhio diverso”. Ma questo non significa rinunciare alla leggerezza. “Riesco anche in qualche modo a godermi i momenti con gli amici, perché comunque il mare è stupendo, il mare è bellissimo”. Se potesse scegliere un compagno per una spedizione nel passato, sceglierebbe Charles Darwin. “Con il suo viaggio attorno al mondo ha iniziato ad aprire le porte alla scienza, a documentare le specie”. Ma Valentina lo porterebbe soprattutto per una ragione: il mare che Darwin ha visto non era ancora accessibile come quello che possiamo osservare oggi. Per il presente, invece, la lista sarebbe molto più lunga. “Ci porterei tutti i politici del mondo e anche alcuni manager di alcune aziende. Non per mostrare loro un paesaggio da cartolina, ma per farli immergere nel sistema che sostiene l’economia e la vita”.