firmatoB — Intervista

Lorenzo Scalise

Il golf è divisivo: c’è chi lo considera elitario, chi invece lo trova incredibilmente inclusivo. C’è chi pensa sia noioso e chi, dopo averlo provato una volta, ne diventa “addicted”. Per anni l’ho osservato da spettatrice. Poi ho incontrato Lorenzo Scalise, professionista della Nazionale Italiana, durante l’Open Tour al Golf Torino La Mandria e ho sfatato (forse) alcuni dei pregiudizi più comuni su uno degli sport più complessi che esistano. Trenta settimane all’anno in giro per il mondo, un atleta che è anche il manager di sé stesso e una sfida mentale continua: restare concentrati quando serve e imparare a “spegnere” il cervello tra un colpo e l’altro. Perché se c’è un aspetto che nel golf sorprende chi lo guarda da fuori è proprio questo: la vera competizione spesso non è contro gli altri giocatori, ma contro la propria capacità di rimanere lucidi, gestire la pressione e prendere la decisione giusta nel momento giusto. “Ho 50 secondi per tirare e in quei 50 secondi devo cercare di avere il massimo dell’energia e della concentrazione possibile”, racconta Lorenzo. “Poi c’è la camminata tra un colpo e l’altro e lì ho bisogno di spegnere. Devo riuscire a riaccendere il focus quando arriva il momento, perché non posso chiedere al mio cervello di essere concentrato per quattro giorni consecutivi, cinque ore al giorno, per 30 settimane all’anno”.

Questa consapevolezza Lorenzo l’ha costruita anche attraverso un percorso lontano dall’Italia. Il passaggio negli Stati Uniti è stato infatti uno dei momenti che hanno cambiato la sua carriera, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano. “Lì sono molto avanti per quanto riguarda le strutture e soprattutto danno la possibilità di fare una doppia carriera, sportiva e universitaria. Sono partito grazie a una borsa di studio e inizialmente non avevo ancora l’idea di diventare un professionista”. Quello che doveva essere un percorso di crescita si è trasformato nella possibilità concreta di trasformare una passione in una professione, con talento e allenamento che rappresentano solo una parte della sfida. Perché dietro ogni torneo c’è una macchina organizzativa complessa che un atleta individuale deve imparare a gestire. Il golf professionistico, visto dall’esterno, può sembrare fatto soltanto di campi bellissimi, viaggi e competizioni internazionali. La realtà raccontata da Lorenzo è molto diversa: è un lavoro che richiede autonomia, organizzazione e una grande capacità di adattamento. “Negli sport individuali come il golf o il tennis sei una piccola azienda. Devi gestire il preparatore atletico, il coach, il manager e tutte le persone che fanno parte del tuo team. Non hai una società alle spalle che ti stipendia: sei tu il presidente, sei tu la società e devi cercare di far quadrare il bilancio a fine anno”. Una dimensione che obbliga l’atleta a essere molto più di un giocatore. Deve occuparsi della propria crescita tecnica, ma anche della programmazione della stagione, degli spostamenti, degli investimenti e dell’equilibrio economico.

E poi c’è il lato umano, spesso meno raccontato. Lorenzo trascorre circa 30 settimane all’anno lontano da casa, giocando in giro per il mondo: dal Sudafrica all’India, passando per l’Europa fino alla Cina, dove si conclude la stagione. “Da questo punto di vista è bellissimo perché hai la possibilità di vedere il mondo, ma allo stesso tempo pesa molto la gestione emotiva. Sei lontano dalla famiglia, cambi continuamente ambiente e devi imparare a convivere con tante sfide diverse”. Anche questo fa parte del mestiere di un professionista: non solo colpire bene una pallina, ma riuscire a mantenere equilibrio quando tutto intorno cambia continuamente.

Forse il pregiudizio più difficile da superare riguarda proprio la natura del golf. Per molti è uno sport lento, poco dinamico, quasi distante dall’idea tradizionale di competizione. Lorenzo, però, prova a raccontarlo da un’altra prospettiva. “Io lo considero un gioco di abilità, con una componente sportiva fisica che negli ultimi anni è diventata sempre più importante. È vero, rispetto a una partita di calcio, basket o tennis può sembrare più lento, ma bisogna provarlo per capire cosa c’è dietro”. Perché la difficoltà del golf nasce proprio dalla sua apparente semplicità: una pallina piccolissima, un bastone e un obiettivo che sembra vicino, ma che richiede precisione assoluta. “Alla fine hai una pallina di quattro centimetri, devi mandarla dentro una buca di circa dieci centimetri che può essere a 400 metri di distanza. Sulla carta sembra semplice, ma in realtà è tutto molto difficile”. Ed è proprio questa difficoltà a creare dipendenza. Il golf è uno sport in cui il miglioramento arriva attraverso dettagli minuscoli: un movimento leggermente diverso, una scelta strategica migliore, una maggiore capacità di controllare la pressione. “Quando colpisci per la prima volta un bel colpo capisci perché tante persone si innamorano di questo sport. È un’emozione che solo chi ha giocato può capire”.

Forse il valore più grande che il golf insegna è la pazienza. Non permette scorciatoie e costringe ad accettare che il miglioramento sia fatto di tentativi, errori e piccoli passi avanti. “L’inizio è la parte più bella ma anche la più difficile, perché la tecnica è davvero complicata. Serve tanta pazienza”. Una qualità che serve anche ai professionisti, perché nemmeno anni di esperienza eliminano completamente la frustrazione. Anche Lorenzo conosce quei momenti in cui il risultato non arriva e la voglia di reagire è forte. “Non ho mai rotto un bastone, però quotidianamente penso che vorrei farlo” dice ridendo. Quando gli chiedo quali persone inviterebbe a cena, Lorenzo sceglie campioni “capaci di raccontare soprattutto il lato mentale dello sport”: Tiger Woods, ma anche Kobe Bryant, oltre ad alcune icone del calcio come Kaká e Shevchenko. Non è un caso. Più che il successo in sé, sembra interessargli ciò che c’è dietro: la disciplina, la pressione, la capacità di affrontare i momenti difficili. Ed è forse questo il punto che rende il golf così particolare. Non è soltanto uno sport di tecnica e precisione, ma un continuo confronto con sé stessi.