firmatoB — Intervista

Elise Poindron

Elise ha 30 anni, è francese (il suo accento è inconfondibile) e ha vissuto gran parte della sua vita con la testa tra le nuvole. Letteralmente. Almeno 600 salti l’anno per allenare il corpo, e poi tutto il resto del tempo passato a lavorare su ciò che non si vede: la mente, la concentrazione, la visualizzazione. Ho aspettato che tornasse a terra per farmi raccontare la sua storia. E quello che di lei mi ha colpito non sono tanto i titoli – è stata due volte campionessa del mondo di indoor skydiving – ma quello che dice della squadra. «Quando siamo in volo non possiamo parlare,» racconta, «quindi leggiamo negli occhi della compagna per capire cosa vuole comunicare». È proprio in quel tipo di spazio che succede qualcosa di incredibile, ma difficile da spiegare: smetti di essere persona e diventi movimento. Succede quando il corpo smette di comandare e inizi a fidarti degli altri. Ed eccomi qui, con Elise, alla prima storia del 2026 di firmatoB. La prima di dodici.

Il suo percorso con il paracadutismo, come spesso accade negli sport così particolari, è iniziato quasi per caso. «Ho visto una pubblicità di una scuola di paracadutismo quando avevo 18 anni,» racconta Elise. «E non vedevo l’ora di provare». All’inizio aveva paura, come succede quasi sempre con gli sport estremi. Poi però entra dentro la competizione. E lì cambia tutto. «Ho sempre amato le gare e con il paracadutismo ho trovato un modo per continuare a farle». Il suo mondo è fatto di numeri molto concreti e allo stesso tempo quasi irreali. Nel tunnel, che è la disciplina indoor, circa 20 ore di volo equivalgono a giorni interi di lavoro mentale, oltre che fisico. «In queste gare siamo un team di quattro persone che devono fare delle figure in 35 secondi. Poi c’è un punteggio che decreta il vincitore». In questi casi non c’è tempo per pensare, né per parlare ed è qui che entra un’altra parola chiave: visualizzazione. «Devo immaginare il salto prima di farlo. Sempre».

Quando le chiedi cosa la spinge a fare uno sport così estremo, Elise sorride. Come se la domanda fosse più grande della risposta. «È uno sport estremo, sì, ma non è pericoloso come si pensa. È più impressionante che altro». Per lei il rischio è parte della vita, non qualcosa da evitare a tutti i costi. «Se conosci bene il materiale, se conosci le condizioni, diventa normale. Possono capitare incidenti, ma è come guidare la macchina. È la vita». Poi aggiunge un concetto che sposta tutto sul piano umano, più che tecnico. «Non voglio smettere per paura. Siamo una squadra. E dobbiamo fidarci». Se il paracadutismo non esistesse, cosa resterebbe di quella sensazione di vuoto, di sospensione, di volo nella vita Elise? «È difficile trovare qualcosa di simile» ammette. «Adesso faccio arrampicata e vedo qualche similitudine: essere in un ambiente che non è naturale per il corpo, né per la testa. Ma il paracadutismo non ha eguali».