firmatoB — Intervista
Adrenalina è puro piacere: una chimica che diventa sensazione, ossessione, quasi dipendenza. Lo sport outdoor vive di questo equilibrio instabile, soprattutto quando si ha a che fare con mare e montagna, elementi naturali tutt’altro che prevedibili. È una forza che può alterare la percezione, anche negli atleti più esperti e razionali, e trasformarsi in un nemico silenzioso. Per questo, nei momenti in cui sembra essere troppo tardi, non basta il gesto tecnico: serve lucidità, serve astuzia, soprattutto serve non lasciare che le emozioni prendano il controllo. Un concetto che Francesca Pavesi conosce bene, e che non racconta come teoria, ma come esperienza vissuta. Sciatrice freeride e imprenditrice, la sua storia è segnata da una ricerca costante del limite e da un rapporto diretto con il rischio. «Io dico sempre che sono un po’ la figlia sbagliata», racconta con una naturalezza che sembra quasi smorzare la complessità del suo percorso.
Figlia di snowboarder, è cresciuta sulla neve, ma sugli sci, scelta fatta dai genitori perché «inizialmente era più difficile da imparare». Una presenza costante della montagna, alternata però a una quotidianità più limitata durante gli anni della scuola: «Durante il liceo sciavo solo la domenica. Poi con l’università ho avuto la libertà di stare mesi in montagna, e lì ho capito che volevo costruire una vita che mi permettesse di restare in quell’ambiente». La sua non è stata una scoperta improvvisa, ma un percorso graduale dentro lo sport – e dentro il proprio corpo. Da bambina praticava di tutto, dal basket alla pallavolo, fino al canto. «Poi ho capito che ero più da sport individuali, mi piace sentire il mio corpo in ambienti diversi, capire i miei limiti, soprattutto quelli mentali». È in questa dimensione che il freeride è diventato non solo una disciplina, ma un linguaggio. Un modo per misurarsi con la paura, con l’ansia, con il controllo. «Ho imparato a gestire attacchi di panico e situazioni di ansia, e poi ho traslato tutto questo anche nella mia carriera».
Nel freeride, però, la gestione mentale non basta mai da sola. La montagna non concede margini di errore prevedibili. «Non è vero che non abbiamo paura. Anche noi abbiamo paura, ma impariamo a gestirla. C’è sempre un’analisi preventiva di tutte le situazioni che potrebbero andare storte, perché prepararsi mentalmente aiuta a reagire se qualcosa succede». Ma la consapevolezza ha un limite preciso: la natura resta imprevedibile. «Montagna e mare non sono mai controllabili al 100%. Lì entrano in gioco anche le emozioni, che possono falsare la percezione della realtà».
Il confine tra controllo e perdita di controllo, in questo mondo, è sottile. E lo diventa ancora di più quando entra in gioco l’imprevisto. Francesca lo ha sperimentato in prima persona durante un incidente che segna un prima e un dopo nel suo racconto. «Stavo sciando, ho visto la montagna creparsi sotto di me, poi intorno e sopra. Ho capito subito che ero dentro una valanga». Il tempo, in quei secondi, cambia forma. «Ho provato ad attivare l’airbag, ma non sono riuscita a raggiungere la maniglia. Non vedevo più il cielo, solo neve ovunque». In quel caos sospeso, la mente cerca appigli razionali. «Ho pensato ai salti di roccia della discesa. O erano la mia salvezza o la mia condanna». Ed è proprio lì che avviene il gesto decisivo: una spinta. «Mi sono sentita in aria, sono atterrata e con tutta la forza che avevo mi sono spinta fuori. Quando ho visto il cielo ho capito solo una cosa: non ero sotto la neve».
Non c’è trionfalismo nel racconto, ma una forma di distacco lucido. «In quel momento non ho pensato alla paura, ma al fatto che ero viva. Non potevo cambiare quello che era successo, potevo solo accettarlo». L’episodio lascia anche una riflessione più ampia, che va oltre la singola esperienza. Nei giorni successivi, racconta, condivide l’accaduto in una chat di freerider. La risposta non è quella che si aspetta. «Alcuni dicevano che era stato comunque una bella giornata. E io rispondevo: forse non è chiaro che oggi era pericoloso». È in quel momento che si apre una frattura culturale più profonda: la tendenza a normalizzare il rischio, a trasformarlo in parte del gioco senza sempre misurarne le conseguenze.
«Mi ha fatto capire che anche io, in passato, ho rischiato la vita solo perché avevo un weekend libero e volevo sciare». Da qui nasce anche una responsabilità nuova: quella di raccontare non solo la bellezza dello sport, ma anche la sua parte più fragile. «Sui social cerco di mostrare anche il brutto, perché non è sempre tutto perfetto. E anche noi sbagliamo, anche noi facciamo errori di valutazione». Nel freeride, la preparazione è anche tecnica, concreta, imprescindibile. «Arva, sonda e pala sono obbligatori, non solo per legge ma per responsabilità». A questo si aggiungono strumenti come le pelli di foca o lo zaino airbag, che non eliminano il rischio ma lo rendono almeno più gestibile.
Alla fine, quello che resta è una consapevolezza semplice e difficile allo stesso tempo: l’adrenalina è libertà, ma non è mai neutra. Può aprire spazi enormi di esperienza, ma richiede rispetto assoluto. E soprattutto richiede una cosa che, in montagna, non si può mai dare per scontata: la capacità di fermarsi prima che sia la montagna a decidere per te.