firmatoB — Intervista

Alice Sotero

Stai perdendo un occhio». Ci sono frasi che arrivano all’improvviso e cambiano tutto. Non perché siano difficili da accettare, ma perché arrivano nel momento in cui pensi di aver già dato abbastanza. La gravidanza, il ritorno, il peso da perdere, gli allenamenti, l’allattamento, le notti senza sonno, le Olimpiadi davanti. E invece no. Il corpo a un certo punto ti chiede una pausa. Mentre provi a capire cosa sta succedendo, fuori c’è già qualcuno che ha una risposta pronta: «È normale, ti alleni troppo». È sempre tutto semplice, visto da fuori. Ma cosa succede quando non sei più solo un’atleta? Quando non puoi più essere solo performance? Questa è la storia della pentatleta Alice Sotero, una madre che sta imparando a stare dentro a tutto questo, senza per forza rincorrere sempre il risultato.

Campionessa del mondo del Pentathlon a squadre nel 2023, Alice ha portato la bandiera tricolore alle Olimpiadi di Rio, Tokyo e Parigi. Ognuna ha avuto un significato preciso perché è coincisa con un momento particolare della sua vita. «A Rio ero più giovane, più leggera, senza grandi aspettative, e proprio per questo forse è stata l’esperienza più pura, mentre a Tokyo sono arrivata preparata in modo impeccabile e ho sfiorato il podio, chiudendo quarta». Una posizione che pesa, perché sei lì, a un passo dalla medaglia, ma devi applaudire le altre. Dopo la seconda Olimpiade molti pensavano che si sarebbe fermata. Invece ha fatto una scelta diversa: diventare madre e provare comunque ad andare avanti. «Parigi l’ho vissuta così, con mia figlia accanto». E, al di là del risultato, è stato un passaggio importante, soprattutto per sé stessa, perché le ha dato prova del fatto che tornare è possibile, anche dopo una gravidanza. Continuare però non è solo una questione fisica. «Ero combattuta», racconta. Da una parte il desiderio di allenarsi, di non fermarsi, dall’altra la consapevolezza che il corpo stava mandando segnali chiari. «L’occhio è un organo importante, e io volevo vedere mia figlia con due occhi. Ricordo che sono andata a una visita, mi sono messa a piangere e ho detto: non posso non allenarmi, le Olimpiadi sono vicine. E il professore mi ha detto: alle Olimpiadi ci andiamo».

La quotidianità, nel frattempo, cambia completamente. Essere atleta e madre insieme è un gioco di equilibri, non certamente una rinuncia. È una sovrapposizione continua di ruoli, di responsabilità, di emozioni. «Per me essere mamma è la cosa più bella che esista, ed essere atleta è la cosa più bella che esista». Il problema nasce quando il mondo intorno pretende che tu sia perfetta in entrambe le cose. Alice racconta l’episodiso di quando porta sua figlia agli allenamenti, nei primi mesi, e qualcuno le fa notare che è troppo presto, che forse non è il posto giusto. È un commento come tanti, ma dentro c’è un giudizio implicito: stai sbagliando qualcosa. E invece per lei era semplicemente la continuazione di un percorso che aveva scelto prima. Il tema, in fondo, è sempre lo stesso: la performance. Quanto devi fare bene? Quanto devi dimostrare? E soprattutto, a chi? «Guardando ad altri modelli, come quello dei paesi nordici, dove la competizione viene introdotta molto più tardi, viene quasi naturale chiedersi se questa pressione costante abbia davvero senso. Perché poi quella logica te la porti dietro in tutto: nello sport, nel lavoro, persino nel modo in cui vivi la maternità. Devi essere all’altezza, sempre».

Negli ultimi anni, però, Alice ha affrontato qualcosa di ancora più difficile da mettere in parole. La perdita di un figlio che non ti aspetti, che non sai come raccontare e che spesso preferisci tenere per te, anche per evitare il giudizio degli altri. «C’è sempre qualcuno che dice: è normale, ti alleni troppo, il tuo fisico non ce la fa». Ancora una volta, tutto viene riportato lì. Alla performance. E allora immaginando il futuro, «me lo chiedo anch’io dove mi vedo tra cinque anni», dice. «Le Fiamme Azzurre mi daranno comunque la possibilità di rientrare, di riprovarci, ma sono tanti anni che faccio questo sport e non so se ho ancora la stessa fame di prima, la stessa cattiveria agonistica». Al momento c’è solo la volontà di andare avanti, passo dopo passo, e vedere cosa succede. «Senza dover per forza performare.»