firmatoB — Intervista
Ha vissuto nella natura africana, poi nell’educazione francese, poi ancora dentro la cultura italiana. Tre mondi diversi. Tre modi diversi di crescere. Tre modi diversi di guardare le stesse cose. Ha fatto tre volte il giro del mondo. Due di questi sono stati primati mondiali. Ha lavorato nell’umanitario, nella comunicazione, nel turismo, nell’ecologia. Ha fondato progetti di sviluppo, missioni, reti di volontariato nei Paesi più fragili del mondo. E alla fine, più che definizioni, gli resta addosso una sola cosa: il movimento. «Non esiste un modo di vivere unico. Non esiste un modello e più viaggi, più ti rendi conto che esistono mondi diversi. E nelle differenze hai la possibilità di scegliere». Matteo Pennacchi si presenta così: «un inguaribile sognatore, con i piedi per terra». E in effetti è difficile incasellarlo.
Giornalista, viaggiatore, ma soprattutto uno che ha costruito la propria vita attorno a un’urgenza precisa: capire. «Mi sono laureato in Scienze della Comunicazione nel 1993. Poi ho lavorato tra pubblicità, ecologia, turismo e cooperazione umanitaria». In Africa incontra modi di vivere che ribaltano tutto. In Etiopia, nel sud, le tribù Borana e Guji. Regole familiari che non hanno nulla a che vedere con quelle occidentali. In India il concetto di «non possesso». Ogni cultura apre una crepa diversa nello stesso modo di vedere il mondo. «È nelle differenze che scegli chi vuoi diventare». E da lì nasce anche il suo lavoro nell’umanitario, con un’organizzazione che mette in relazione studenti europei e missioni in Africa tra scambi culturali, formazione e volontariato. «Durante questa esperienza abbiamo preso più noi di quanto abbiamo dato.»
Il primo giro del mondo arriva dopo la laurea: sette mesi di viaggio senza soldi e senza bagagli (ne ha scritto anche in un libro). «Chiedevo vitto, alloggio e trasporto. In cambio davo qualcosa: lavoro, o visibilità». Negli Stati Uniti, ad esempio, bastava un articolo su un giornale locale per ottenere un pasto. In Russia funzionavano le lasagne. In Cina i giochi di prestigio. «Ho capito una cosa: esiste una fratellanza tra le persone». E soprattutto un’altra, più scomoda. «L’altruismo puro non esiste. C’è sempre uno scambio». Da quel viaggio resta la convinzione che «le persone sono molto più belle di quello che pensiamo. Il sistema ci racconta il contrario, ma non è vero». Non tutti i momenti sono stati semplici. A volte il viaggio è anche questo: improvvisazione, rischio, imprevisto. «Ero nella Città Proibita a Pechino. Avevo dormito in un parco. Mi ha morso un ragno e mi sono svegliato con l’occhio gonfio così».
Il secondo e il terzo giro del mondo cambiano forma. Uno diventa sfida personale. L’altro esperimento sociale. «Il primo era libertà pura. Il secondo una catena umana basata sulla fratellanza. Il terzo è stato il primo viaggio interattivo della storia». Un progetto in cui le persone da casa decidevano tappe e azioni. Internet agli inizi. Social ancora prima dei social. «Oggi questa cosa è più attuale che mai. Ma forse ci sta chiudendo, più che aprendo.»
Alla fine, però, la sintesi non sta nei chilometri. «La vita è il viaggio». E forse è proprio qui che la sua visione si chiude e si riapre allo stesso tempo. «Abbiamo una sola ricchezza: il tempo. Non si compra». Poi aggiunge, quasi come una nota finale che non vuole diventare morale: «Ognuno è libero di viverlo come vuole. Alla fine, ti guardi indietro e ti chiedi: com’è stato questo viaggio?» E lui, la risposta, sembra averla già trovata da tempo.