firmatoB — Intervista

Nogaye Ndiaye

Quando nella vita senti di avere una «S» di troppo, finisci per pensare di essere sbagliata. Cambi nome, prendi le distanze dalla tua famiglia, dalle tue origini. Indossi perfino una parrucca per nascondere le radici. Perché ti senti «sfortunatamente nera». È il punto di partenza della storia di Nogaye Ndyaie, divulgatrice, giurista e scrittrice, che prima di arrivare all’orgoglio ha attraversato un lungo processo di decostruzione e decolonizzazione. Perché, come dice lei, «non si colonizzano solo le terre e i corpi, si colonizzano anche le menti». Il momento di rottura arriva nel 2020, quando ritrova il suo primo diario di poesie. Una si intitola Bianca o nera, sfortunatamente nera. «Quando l’ho letta mi si è rotto il cuore», racconta. In quei versi c’era l’odio verso sé stessa, il razzismo interiorizzato. «Mi succedevano tante cose e l’unica colpa che trovavo era il mio colore della pelle. Ero gelosa dei compagni di classe, non per ciò che avevano, ma per ciò che non vivevano: il razzismo. Ho scoperto dopo che si chiama privilegio, vivere una vita senza discriminazioni». Come biasimarla, in un mondo in cui il colore della pelle è ancora motivo di ingiustizia. Sono andata a trovarla nel suo nido, in provincia di Milano: oltre a uno spiccato senso di ironia, si percepisce quella distanza che inevitabilmente si costruisce davanti agli «occidentali». Oggi Nogaye si guarda allo specchio e dice: «Mi sento profondamente orgogliosa della mia storia, delle mie radici e della mia nerezza. Provo a portare una contronarrazione: non c’è niente di male nell’essere nati con origini e colori diversi». E cerca di farlo ovunque.

Ma chi era Nogaye prima dell’attivismo? Una ragazza che non aveva fatto pace con sé stessa. «Il mio percorso nasce come ricerca personale», spiega. Fin da piccola le avevano insegnato a minimizzare: «Mi dicevano che ero troppo sensibile, che dovevo passarci sopra». Così ha interiorizzato tutto come unico modo possibile di stare al mondo, accettando il razzismo come normalità. La svolta arriva attraverso i libri. Studiando antirazzismo e disuguaglianze trova finalmente le parole per nominare ciò che viveva: non «battute», ma microaggressioni razziste; non episodi isolati, ma un sistema. «Dalla normalizzazione sono passata all’azione. Ho iniziato a dare un nome alle cose». Dopo anni di pregiudizio e rifiuto, arriva anche il viaggio in Senegal, nel 2021. È il coronamento di un percorso interiore già iniziato. Per molto tempo aveva interiorizzato un’immagine distorta dell’Africa e del suo Paese. «Pensavo di essere fortunata perché nata in Italia». Anche questo, riconosce, era razzismo interiorizzato. Oggi il Senegal è casa. Ci torna ogni anno, quando può. E alla domanda su dove vivrà in futuro risponde: «Forse direi Senegal. Ma non voglio più rinnegare nessuna parte di me». L’idea è una vita a metà tra i due Paesi. Dopo anni passati a cancellarsi, ora i pezzi della sua identità sono finalmente in pace.

Con una laurea in giurisprudenza e centinaia di libri alle spalle, Nogaye è oggi una voce di riferimento sui social. La sua pagina Instagram, «Le regole del diritto perfetto» – titolo ispirato alla sua serie tv preferita – seguita da milioni di persone, unisce linguaggio inclusivo, analisi e ironia per parlare di antirazzismo e decolonizzazione. «L’ironia nasce anche da un esaurimento nervoso», dice sorridendo. «Sono stanca di non essere presa seriamente». È un modo per difendersi, per alleggerire senza banalizzare. «Ironia non vuol dire sminuire. È un approccio che fa stare bene anche me. Le persone non si rendono conto di quanto questi temi siano pesanti, e questo diventa un meccanismo di tutela».

Ha scritto due libri, che porta nelle scuole e nelle organizzazioni. Uno dei focus è proprio il razzismo interiorizzato: «Molte persone pensano che il razzismo venga solo da fuori. Invece esiste anche dentro». Tra i format più noti c’è il ribaltamento dei ruoli: immaginare un mondo in cui le discriminazioni colpiscono i bianchi. «Mi sono chiesta: se succedesse il contrario, lo accetteremmo?». In un video, per esempio, in piscina entrano solo i neri, mentre i bianchi restano fuori «perché si sa che portano la droga». Si ride. Ma il punto è mostrare quanto sia assurdo generalizzare. «Quando ribalti i ruoli capisci che non ha senso. Ma è anche umiliante: significa che lo comprendi solo se ti ci metti dentro». Il format è diventato poi un libro, per spiegare meglio un meccanismo spesso frainteso. «Io non voglio far ridere, voglio far riflettere». Il problema è che quell’universo, almeno per ora, non esiste.

In Italia, a differenza del contesto anglosassone, manca ancora un linguaggio condiviso. «Siamo in una fase embrionale». Per questo usa il termine «persone razzializzate»: non una razza biologica, ma un processo sociale che crea gerarchie e discriminazioni. «A volte si pensa che il razzismo abbia a che fare solo con il colore della pelle, ma è un sistema molto più grande e complesso». E per combatterlo serve una parola chiave: decolonizzazione. «Bisogna accettare di vivere in un Paese razzista. Sì, punto». Significa anche fare i conti con il passato coloniale italiano. «Se non studiamo quel passato, non possiamo costruire un presente antirazzista». E aggiunge: «Io provo a essere antirazzista, ma non parto dal presupposto di non essere razzista. Sono cresciuta in un sistema che me l’ha insegnato»«Siamo nel 2026, gli strumenti per decostruire ci sono. Serve la volontà di mettersi in discussione, di iniziare piano piano: un libro, un incontro, un percorso di autoformazione». Ma non basta il lavoro individuale. «Dobbiamo farlo insieme, come collettività. E si deve iniziare dalle scuole». Quello che manca all’Italia, conclude, è un approccio realmente decoloniale. Anche nel racconto del proprio passato. «Ci siamo raccontati che gli italiani erano «brava gente», che hanno costruito strade in Eritrea e in Etiopia. Non è andata così. E finché non lo affrontiamo, non potremo costruire un presente davvero antirazzista».